Sant’Antioco, Basilica Sant’Antioco Martire, 27 marzo 2026
“A chi è come loro appartiene il Regno dei cieli”
Oggi il nostro cuore è attraversato da un dolore difficile da esprimere. Siamo qui per accompagnare il piccolo Francesco Edoardo nel suo ultimo viaggio terreno e nello stesso tempo ci troviamo davanti a una domanda che pesa: perché una vita così breve? Perché un bambino di appena quattro mesi?
Non ci sono parole umane capaci di spiegare pienamente questo mistero. Il dolore che proviamo è reale, profondo, e Dio non ci chiede di nasconderlo. Anche Gesù, davanti alla morte dell’amico Lazzaro, pianse. Questo ci dice che il nostro pianto è prezioso, è preghiera, è amore che continua.
Eppure, dentro questo buio, la fede accende una luce: “Il giusto anche se muore prematuramente, si troverà in un luogo di riposo”. Francesco Edoardo non è stato “troppo poco”. La sua vita, anche se breve, è stata piena: piena dell’amore dei suoi genitori, degli sguardi, delle carezze, della tenerezza che ha saputo suscitare. Ci sono vite che durano molti anni ma lasciano poco; e vite, come la sua, che in pochi mesi insegnano l’essenziale: amare senza misura.
Vorrei soffermarmi su due espressioni del Vangelo.
La prima: rimproverando i discepoli che volevano allontanarli perché ritenuti insolenti, Gesù dice: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio.. (Mc 10,14). Noi oggi crediamo che Francesco Edoardo sia tra le braccia di Dio. Doveva incontrarsi con Gesù nel Battesimo in questa basilica; lo stesso giorno lo ha incontrato – oltre che nel Battesimo ricevuto in emergenza – di persona. È stato purificato dal sacramento; non ha conosciuto il male, non ha fatto esperienza del peccato: è entrato nella vita eterna. Oggi gli chiediamo di intercedere per noi.
La seconda espressione (legata alla prima): agli stessi discepoli che si chiedevano chi fosse il più grande, Gesù dice: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli” (Mt 18,3-4). Sembra un paradosso, ma il Vangelo ci insegna questo: nella vita naturale si nasce piccoli e si diventa grandi; in quella spirituale, si crede di essere grandi e si deve divenire piccoli. Il Signore perciò ci ha dato Francesco Edoardo come esempio; attraverso lui ci ha insegnato in cosa consiste la vita; soprattutto ha insegnato che vivere significa abbandonarsi fiduciosi nelle braccia di Dio, così come Francesco Edoardo faceva nelle braccia di Michela e Carlo.
Questo non toglie il loro dolore, come quello di tutta la loro famiglia. A voi va l’abbraccio più grande della comunità e della Chiesa. Nessuna parola può colmare il vuoto che sentite, ma non siete soli. Dio è accanto a voi, non come una droga o una risposta facile, ma come una presenza che condivide la vostra ferita.
Forse oggi più che mai siamo chiamati a un atto di fiducia difficile, addirittura eroico, ma profondo: credere che la vita non finisce, ma si trasforma; che l’amore non viene spezzato dalla morte; che il legame con Francesco Edoardo non è perduto, ma cambiato: ora è invisibile agli occhi, ma custodito per sempre nel cuore e in Dio.
Allora, mentre lo affidiamo al Signore, possiamo anche dirgli grazie. Grazie per il dono che è stato. Grazie per ciò che ha acceso nei nostri cuori. Grazie perché, in qualche modo misterioso, ci ha già indicato il cielo. Un giorno, nella luce di Dio, ciò che oggi non comprendiamo ci sarà rivelato. E quel giorno non ci sarà più pianto, né dolore, ma solo amore.
