Iglesias, santuario della B.V. del Buon Cammino, 11 agosto 2026
Rimanete
Carissime sorelle, Sr. Marta, Sr. Cecilia, Sr. Elisabetta, Sr. Diletta, Sr. Amata, Sr. Damiana, Sr. Francesca, Sr. Chiara,
Carissimo don Carlo,
la nostra chiesa diocesana si stringe a voi e fa festa, celebrando la memoria di Santa Chiara.
Il Vangelo che la liturgia ci consegna oggi ci riporta al Cenacolo, alle ultime raccomandazioni che Gesù rivolge ai discepoli prima del suo arresto. Il brano che abbiamo ascoltato, è attraversato da una parola che ritorna come un ritornello, come il battito del cuore di Gesù: rimanere. In pochi versetti questo verbo ricorre 10 volte. È evidente che, per Gesù, non si tratta di un dettaglio, ma del centro della vita cristiana.
«Rimanete in me e io in voi». Se noi dovessimo dare le ultime raccomandazioni a un nostro caro prima di lasciarlo, che verbo useremmo? Forse “ricorda di”, “prega”, “ama”… Gesù fa una scelta singolare (che fa impazzire i traduttori!): “rimanete”.
È una parola che sembra fatta apposta per Santa Chiara. Potremmo dire che tutta la sua esistenza è stata una lunga fedeltà a questo verbo. Chiara non ha cercato continuamente cose nuove; ha custodito una Presenza. È “rimasta” in Cristo con una determinazione così radicale da attraversare povertà, malattia, incomprensioni e fatiche senza mai allontanarsi da Lui.
Il verbo “rimanere” ha un sapore quasi domestico. Indica una dimora, una casa. Tant’è che all’inizio del Vangelo è tradotto proprio con “abitare” (Gv 1,38-39). Ed è questo, in fondo, il senso profondo della vita claustrale.
Il monastero non è anzitutto un luogo dal quale ci si separa dal mondo; è il luogo nel quale si sceglie di rimanere. Rimanere nel Signore perché il mondo non perda il suo centro. La clausura diventa così il segno visibile di una realtà invisibile: una vita che ha deciso di non abitare più anzitutto nelle proprie preoccupazioni, nei propri progetti o nelle proprie paure, ma nel cuore di Cristo.
Il verbo rimanere, nella spiritualità di Santa Chiara, può essere letto come un itinerario spirituale in tre tappe, che svilupperei così: rimanere → contemplare → trasformarsi. Non sono tre momenti separati, ma tre dimensioni della stessa esperienza.
Anzitutto, lo abbiamo già detto, rimanere. Nella quarta lettera ad Agnese di Praga, Chiara usa un verbo simile, “collocare”: «Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, colloca la tua anima nello splendore della gloria, colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nell’immagine della sua divinità».
«Colloca gli occhi, l’anima, il cuore…» Rimanere è orientare tutta la persona verso Cristo, fino a lasciarsi trasformare da Lui. Non è semplicemente stare con Gesù, ma permettere a Gesù di prendere dimora in noi, fino a renderci simili a Lui.
Più avanti Chiara aggiunge una delle immagini più belle della spiritualità francescana: «Guarda ogni giorno questo specchio… In questo specchio rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità».
E ancora, quasi come il culmine della sua esperienza spirituale, Chiara scrive: «Con tutta te stessa ama Colui che per amor tuo tutto si è donato».
Ecco il significato ultimo del rimanere. Non una permanenza passiva, ma una risposta d’amore all’Amore, a Cristo che “ha amato la sua Chiesa!” (Ef 5,25). Si rimane in Cristo perché Cristo è rimasto fedele a noi fino alla Croce. Si dimora nel suo amore perché Lui per primo ha posto la sua dimora nella nostra umanità.
Così possiamo fare un passo ulteriore. Se si rimane in Cristo, inevitabilmente lo si contempla.
Lo specchio, di cui Chiara parla ad Agnese, non serve anzitutto a guardare sé stessi, ma a lasciarsi illuminare da un volto che ci rivela chi siamo veramente. Per questo continua: «Guarda ogni giorno questo specchio».
Ogni giorno. È il ritmo del Vangelo. È il ritmo della vita monastica. Ogni giorno si ricomincia. Ogni giorno si torna davanti allo Specchio. Ogni giorno il Signore ci restituisce il nostro volto più vero.
Ma la contemplazione, in Chiara, non è mai il punto d’arrivo. Chi contempla veramente, viene trasformato: ecco il terzo passo.
La santa infatti conclude quella stessa pagina con parole di una bellezza incomparabile: «…E trasfórmati interamente, per mezzo della contemplazione, nell’immagine della sua divinità».
Qui sta il vertice della spiritualità. Rimanere non significa stare immobili. Tutt’altro: rimanere per contemplare, per essere trasformati in Dio. Di tutto questo, care sorelle, voi siete segno sensibile nella nostra Chiesa: Grazie di vero cuore!
Rimanete quando la preghiera è luminosa e quando è arida. Rimanete quando la sororità consola e quando costa. Rimanete quando la salute sostiene e quando la malattia limita. Rimanete quando tutto sembra fecondo e quando nulla sembra accadere.
Santa Chiara, che ha perseverato fino alla fine in questa dimora d’amore, interceda perché anche noi impariamo l’arte più difficile e più bella del Vangelo: non quella di fare grandi cose per Cristo, ma quella di rimanere in Lui, affinché Lui possa vivere in noi e, attraverso di noi, continuare a donare vita al mondo.
