Iglesias, Cattedrale di Santa Chiara, 4 aprile 2026
Le donne e il terremoto: una comunità nuova in un mondo nuovo
In questa notte santa della Veglia Pasquale, la notte più luminosa dell’anno, abbiamo attraversato il buio per giungere alla luce. Abbiamo acceso il fuoco, ascoltato la Parola, benediremo l’acqua, rinnoveremo le promesse battesimali…Tutto parla di vita nuova. Tutto annuncia che Gesù Cristo è risorto.
Ma questa notte non è solo il ricordo di un evento passato. È una nascita, anche per noi. E ciò che nasce dalla Pasqua non è soltanto la fede personale: nasce un popolo, nasce una comunità nuova. Non solo, da essa nasce un mondo nuovo! Vorrei riflettere proprio su questo: la nascita della comunità nuova e del mondo nuovo.
La comunità nuova anzitutto. Fin dall’inizio, Dio non ha mai voluto salvare l’uomo da solo, isolato. Nella storia della salvezza che abbiamo ascoltato, da Adamo all’Esodo, fino ai profeti, Dio chiama sempre un popolo. Questa notte, con la risurrezione, questo popolo prende forma nuova: non più legato solo da sangue o da legge, ma unito dalla vita stessa del Risorto. Protagoniste del racconto della Risurrezione del Vangelo di Matteo sono due donne, Maria di Magdala e l’altra Maria che all’alba del primo giorno vanno a “contemplare” il sepolcro. Prima l’evangelista aveva detto che avevano contemplato la crocifissione da lontano, loro che avevano seguito Gesù per servirlo. Solo loro avevano intuito (è il genio femminile!) che in quel profeta loro amico era presente qualcosa – anzi Qualcuno! – di straordinario. Le donne, grembo della vita, entrano nel grembo della terra: l’evangelista usa il termine “tomba” (táfos), che significa “vuoto”. Il vuoto, l’assenza di vita. Sanno che in quel “vuoto” c’è Gesù. Invece no, il vuoto è svuotato! Ora sono le guardie – custodi della morte – che rimangono “come morte” alla vista dell’angelo. Gesù non è più nel grembo della terra ma si “è svegliato” cioè è risorto! Il grembo della terra non è più la cavità che risucchia nella morte ma genera la vita. Notate che protagonista di tutto questo non è una sola donna ma due: il numero minimo per fare una comunità. Maria di Magdala e l’altra Maria rappresentano dunque tutta la comunità che ha contemplato la crocifissione e ora ha nuova vita dalla Risurrezione.
Non solo, ma la Risurrezione coinvolge tutto l’universo: Matteo dice che ci fu un “grande terremoto”. Tutta la terra è sconvolta. Ogni uomo deve essere coinvolto: Andate in Galilea e dite ai suoi discepoli… La Galilea: il luogo dove vivevano i ripudiati, nel quale avevano incontrato poveri e malati, il luogo della vita ordinaria. Lì arriva l’annuncio di una nuova vita. “Con timore e gioia grande, corsero…”.
Una comunità nuova e un mondo nuovo, dove nessuno è più straniero, dove nessuno è più solo, tutti sono chiamati a nuova vita. La vittoria sulla morte rompe le nostre solitudini, le nostre divisioni, le nostre paure reciproche, i nostri limiti.
Ecco allora il cuore della Pasqua: se Cristo è risorto, noi non possiamo più vivere da soli né tenerci per noi il tesoro della vita nuova. La fede pasquale non è mai individualista. Non si può dire “io credo” senza dire anche “noi crediamo”. Perché il Risorto raduna, convoca, crea legami.
Questa è una parola valida anche per noi oggi. In un tempo in cui è facile chiudersi, difendersi, vivere la fede in modo privato, la Pasqua ci chiama a uscire. A riconoscerci fratelli e sorelle. A costruire comunità vere, dove si condivide non solo ciò che si ha, ma ciò che si è. La luce del cero pasquale che abbiamo acceso non è solo un simbolo: è un mandato. Ci dice che siamo chiamati a essere luce gli uni per gli altri. A sostenerci, a perdonarci, a camminare insieme.
