Iglesias, chiesa di San Francesco, 4 ottobre 2026
Una Chiesa che porta a Gesù
«Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d’amore per la sua vigna». Così Isaia il profeta Isaia nella prima lettura. Forse era un canto che si faceva proprio in questo periodo, quando si vendemmiava. Qualcuno ipotizza che il profeta abbia scritto questo canto d’amore per un amico, che lo dedica alla sua fidanzata. Altri immaginano che Isaia fosse un po’ come i moderni cantautori e che in piazza avesse cantato questa canzone d’amore. Con una sorpresa finale. Quando si tratta di svelare il nome degli innamorati di cui ha parlato dice: «Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d’Israele!». È un canto d’amore per noi, sua Chiesa! La vigna richiama il giardino della creazione, la terra promessa, la vita stessa che Dio ci ha donato e ci affida.
S. Francesco è uno dei tanti operai che il Signore ha inviato nella sua vigna. Ha lavorato davvero bene se a 800 anni dalla morte stiamo ancora a parlare di lui e a seguirne l’esempio! Tutti sappiamo che dal Crocifisso di S. Damiano ha ricevuto la sua missione: “Va’ e ripara la mia casa… Non vedi che cade in rovina?”.
Francesco ha preso sul serio quella chiamata. Cos’ha fatto? Si è posto in ascolto e ha compreso che a parlargli era il Signore. Ha preso sul serio il Vangelo. Ha lasciato che la Parola di Dio lavorasse in lui. Così è diventato immagine viva di Cristo crocifisso (soprattutto quando ha ricevuto le stigmate) e pian piano, proprio perché si è lasciato trasformare dal Vangelo, è diventato strumento di rinnovamento per tanti altri. Proprio perché credibile con la sua vita, molti lo hanno seguito e si è creata una fraternità, una famiglia che vivesse il Vangelo. Ci ha lasciato questo: una fraternità. Francesco ha portato gli altri non a sé stesso, ma a Gesù.
Francesco è l’esempio cui guardiamo nell’iniziare il nuovo anno pastorale. Cogliendo il suggerimento venuto dal Consiglio presbiterale, oggi consegnerò il programma pastorale per il prossimo anno e vorrei che pian piano questo divenisse un appuntamento fisso: che ogni anno, cioè, tutta la comunità diocesana si riunisse davanti all’altare, nel nome di San Francesco, e iniziasse il proprio cammino pastorale in piena comunione. Il programma pastorale deve essere per noi un processo di ascolto. Il tema di quest’anno va al centro della missione della Chiesa: “Una Chiesa che porta a Gesù”. Lo abbiamo elaborato pian piano, ponendoci in ascolto, sulla scorta dell’esperienza fatta l’anno passato, cogliendo qualche linea proposta da papa Leone e dalla Conferenza episcopale Italiana. Vogliamo così riportare Gesù al centro della nostra fede. Per questo la Chiesa esiste: non per portare gli altri a sé ma per trasmettere l’amore che ha ricevuto, per far incontrare Gesù nostra salvezza. Non possiamo dare per scontato che oggi Gesù sia incontrato e conosciuto. Del resto questo è valido anche per san Francesco: è un personaggio certo molto noto, persino ammirato; ma in realtà, chi ne segue l’esempio? Il brano guida del programma è tratto dal Vangelo di Marco, che sarà nostro compagno nel prossimo anno liturgico e narra dell’incontro di Gesù col paralitico. Gesù è a Cafarnao. La casa è piena. C’è tanta gente che non c’è più spazio neppure davanti alla porta. Arrivano quattro uomini portando un paralitico. Non riescono ad avvicinarsi a Gesù. Allora fanno una cosa inattesa: salgono sul tetto, lo scoperchiano e calano davanti a Gesù il loro amico. Quattro uomini che portano un altro uomo. Non si rassegnano davanti alle difficoltà oggettive, cercano un’altra strada. Il Vangelo ci dice: «Gesù, vista la loro fede…». Il paralitico sarà perdonato e guarito grazie alla fede degli altri, dei quattro uomini. Ognuno di noi si deve sentire interpellato e protagonista di questo brano e del cammino proposto. Davanti a esso possiamo dire, con San Francesco: «Signore, che cosa vuoi che io faccia?». Non abbiamo la pretesa di riparare la casa del Signore. Certamente abbiamo il dovere di metterci in ascolto della sua Parola e di scoperchiare tutti i tetti possibili per incontrarci tra noi a con lui. San Francesco ci ricorda però che ogni vero rinnovamento della Chiesa non comincia dai programmi, dalle strutture o dalle iniziative, ma da un incontro rinnovato con Cristo. I programmi servono a questo. Francesco ci insegni a fidarci totalmente del Signore e a portare Lui nelle strade del nostro mondo per essere strumenti dell’incontro con Gesù.
