Iglesias, Santuario di N.S. delle Grazie, 12 luglio 2026
Terra bella
A partire da oggi, per tre domeniche rifletteremo sul cosiddetto discorso in parabole, il terzo dei cinque grandi discorsi presenti nel Vangelo di Matteo. Oggi è stata proclamata la parabola del seminatore, una delle più celebri in assoluto.
L’accento va posto sull’azione del contadino, sul suo largheggiare nella semina e sulla fiducia che ripone in ogni tipo di terreno: questa è la grazia che noi celebriamo! Nondimeno, come dimostra il commento che già la Chiesa primitiva ha proposto e che abbiamo ascoltato nella seconda parte della pagina evangelica, salta agli occhi la diversità del terreno, che condiziona la fecondità del seme.
Credo che questo aspetto possa illuminare la nostra riflessione in occasione della festa di oggi. Attualizzando il messaggio evangelico, mi soffermo, dunque, su due terreni: il terreno di Iglesias e quello di Maria.
Il terreno di Iglesias. Iglesias oggi ha un’estensione di 208,23 km². In questa sede, però, non ci interessa la quantità della sua superficie, bensì la sua qualità. Sarebbe interessante chiederci, a diversi livelli e secondo le competenze di ciascuno: che tipo di terreno siamo?
Certamente le condizioni della nostra terra sono anche all’origine della festa che oggi celebriamo. Riporto la testimonianza di Francesco Cherchi:
«Nel 1656 Iglesias e il Sulcis vennero decimati dalla peste che già da alcuni decenni imperversava in tutta la Sardegna. In soli tre mesi furono oltre duemila i morti, riducendo di due terzi il numero degli abitanti. Morirono tutti i consiglieri, e anche il Capitolo perse la maggior parte dei canonici: ne sopravvissero soltanto quattro su diciotto. Oberata dalle tasse imposte dalla Corona d’Aragona, la città versava nella più nera miseria; a essa si aggiungevano l’alternarsi della siccità e delle improvvise alluvioni e, ancor più, le ricorrenti invasioni delle cavallette. Nel 1735, ritenendo la ricorrente invasione delle cavallette un castigo divino, i consiglieri proposero al Capitolo di fare un voto alla Madonna delle Grazie e a san Giuseppe, per impetrare il loro intervento e allontanare così le locuste».
Interessante quanto scriveva un mio venerato predecessore, mons. Luigi Satta, nella relazione inviata alle autorità regie nel 1765:
«Il popolo della città di Iglesias, che conta circa settemila anime, è generalmente di tratto rozzo… Per lo più la gente è pigra, poiché, pur avendo buoni terreni, non ricava senza debiti il pane per tutto l’anno. Dominano l’avarizia e la ladroncelleria… Una gran parte della gente di campagna vive per la maggior parte dell’anno nei Salti… Non vi è chiesa che sia comoda a tutti per ascoltare la Messa nei giorni festivi; di conseguenza, non tutti possono ascoltare con frequenza la parola di Dio». In sintesi possiamo dire: Iglesias è un terreno sterile e infecondo!
I tempi sono certamente cambiati. Se dovessi fare una relazione, io, in tutta sincerità, non me la sentirei di usare gli stessi toni di mons. Satta. Tuttavia, una coesistenza di terreni diversi credo che, onestamente, dovrei ammetterla. Prima di tutto in ciascuno di noi. Perciò abbiamo bisogno di guardare – come del resto fecero gli antichi – a un terreno fecondo: il terreno di Maria.
In lei il seme della Parola trova un terreno fertile. Anche in lei ci saranno stati i 4 tipi di terreno di cui parla Gesù. Una parte del seme sarà certamente caduta sulla strada della sua vita, ma la grazia di Dio non ha permesso che gli uccelli la portassero via e Maria, dal canto suo, ha custodito quella Parola, meditandola nel suo cuore. Un’altra parte sarà caduta sul terreno sassoso, ma la dolcezza del seme vincesse sulla durezza della vita. Un’altra ancora sarà caduta tra i rovi, ma le spine della vita non hanno soffocato la vitalità del bene.
Maria è stata terreno buono; anzi, terreno “bello”, come dice letteralmente il Vangelo. Paolo VI definì Maria la Via pulchritudinis, la “via della bellezza”. Un’espressione ripresa dal poeta e Servo di Maria padre David Maria Turoldo, il quale scrive:
«Si comprende come la Vergine possa rappresentare la via pulchritudinis, la via più sicura per giungere a Dio e al mistero delle cose; lei, Madre della Bellezza, colei che ha dato corpo allo splendore della Luce eterna, al Candore senza macchia, all’Immagine sostanziale dell’invisibile Dio».
Nel testo del voto la Vergine delle Grazie viene chiamata la Stella del buon giorno. Guardiamo a questa Stella, perché possiamo essere ancora oggi anche noi terra bella, capace di accogliere il seme che Dio ci regala generosamente e di portare frutto in abbondanza.
