Iglesias, chiesa Sant’Antonio Abate, 19 settembre 2026
Chiesa in entrata e in uscita
Oggi è un giorno di gioia e di gratitudine. Questa antica chiesa di Sant’Antonio abate, edificata in un periodo antecedente all’erezione della città di Iglesias (X-XI secolo) torna ad aprire le sue porte. Torna ad accogliere il popolo di Dio. Torna ad essere, nella città di Iglesias, un luogo nel quale il Signore convoca, ascolta, perdona, consola e manda. Questo pomeriggio siamo, per così dire, “chiesa in entrata” Non siamo qui semplicemente per inaugurare uno spazio restaurato. Siamo qui per restituire una casa alla preghiera. Siamo qui perché una chiesa non è veramente viva quando sono intatte le sue pietre, ma quando dentro quelle pietre una comunità torna ad incontrare il Signore. Per questo oggi la nostra gioia non riguarda soltanto il passato. Riguarda il futuro. Questa chiesa che riapre ci domanda: per quale missione il Signore ci restituisce questo luogo? Quale Chiesa dobbiamo essere?
La Parola di Dio che la liturgia ci offre sembra rispondere proprio a questa domanda. Vorrei soffermarmi sulla prima lettura e sul Vangelo, compiendo tre passaggi.
1. La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, risale al periodo in cui il popolo sta tornado in patria. Ci rivolge un invito semplice e radicale: «Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino». Israele anche nella schiavitù a Babilonia ha sperimentato questa vicinanza. Queste parole assumono oggi un significato particolare. Una chiesa riapre perché Dio vuole continuare a farsi trovare. Non perché Dio abbia bisogno delle nostre chiese, ma perché noi abbiamo bisogno di luoghi nei quali imparare nuovamente a cercarlo. Abbiamo bisogno di porte che si aprano, di luoghi nei quali poter entrare anche senza sapere bene che cosa dire. Abbiamo bisogno di silenzio, di ascoltare una Parola che non sia soltanto la nostra parola. Abbiamo bisogno di incontrare un Dio che non si stanca di venire incontro all’uomo. Per questo oggi questa porta che si riapre è anche un segno. Dice alla città di Iglesias: qui puoi ancora cercare il Signore.
2. Isaia aggiunge: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie». È una parola che ci fa bene ascoltare proprio davanti a una chiesa antica. Noi guardiamo un edificio e vediamo pietre, muri, volte, immagini, altari, segni della fede delle generazioni che ci hanno preceduto. Dio vede molto di più. Vede le persone che qui hanno pregato. Vede le lacrime che nessuno ha conosciuto. Vede le invocazioni pronunciate a bassa voce; alle famiglie che hanno affidato a Dio la propria vita; chi è entrato qui pieno di speranza e chi vi è entrato con il cuore spezzato. Vede la fede semplice di tanti uomini e donne che forse non hanno lasciato il proprio nome nella storia, ma hanno lasciato una traccia nel cuore di Dio. Le nostre vie non sono le sue vie. Se potessero parlare queste pietre, chissà cosa ci racconterebbero!
Così questa riapertura ci invita anche a guardare questa chiesa non soltanto come patrimonio da conservare, ma come memoria viva di una fede da trasmettere.
3. Arriviamo così alla pagina del Vangelo. Gesù racconta la parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna.
Oggi questa parola possiamo ascoltarla come rivolta anche alla nostra Chiesa diocesana, alla comunità cristiana di Iglesias, alle nostre parrocchie. Questa chiesa che riapre non deve diventare semplicemente un luogo nel quale alcuni vengono a pregare perché in passato hanno pregato qui. Deve diventare un luogo dal quale il Signore continua a mandare i suoi discepoli. Perché una chiesa non è soltanto una casa nella quale entrare. È anche una casa dalla quale uscire. Ricordiamo bene una delle espressioni di papa Francesco: «Chiesa in uscita!»
Una chiesa riaperta per una città. Oggi Sant’Antonio riapre le sue porte alla città. La città di Iglesias ha bisogno di luoghi di incontro, di ascolto. Per questo desidero esprimere gratitudine a tutti coloro che hanno reso possibile questa riapertura. A quanti hanno lavorato perché questo luogo potesse tornare ad essere abitato dalla preghiera. A chi ha sostenuto, progettato, seguito e accompagnato questo percorso.
Non basta restaurare un edificio. Dobbiamo lasciarci restaurare dal Vangelo. Una chiesa antica custodisce la memoria. Ma la memoria cristiana non serve a vivere guardando indietro. Serve a ricevere un’eredità e a consegnarla. Le generazioni che ci hanno preceduto ci hanno consegnato questo luogo. Ora noi lo consegniamo alle generazioni che verranno. Ma non possiamo consegnare soltanto delle pietre. Dobbiamo consegnare una fede, una speranza. Dobbiamo consegnare il desiderio di incontrare Cristo.
