15/08/2026 – Assunzione di Maria

Iglesias, Cattedrale di Santa Chiara, 15 agosto 2026

Il Candeliere ritrovato

Oggi Iglesias si ferma e guarda verso Maria. La guarda con la fede semplice e profonda delle generazioni che ci hanno preceduto. La guarda come Madre, come donna del popolo, come colei che ha camminato sulle strade della storia senza conoscere in anticipo dove Dio l’avrebbe condotta.
La Chiesa oggi proclama che Maria, al termine della sua vita terrena, è stata assunta nella gloria di Dio. È la prima salvata. Totalmente. Non celebriamo, però, una fuga dalla terra. Celebriamo il destino della terra. Dio ci dice, attraverso Maria, che la nostra vita non è destinata al nulla, che il nostro corpo, la nostra storia, le nostre fatiche, le nostre relazioni, persino le nostre ferite, sono custoditi da Lui. Maria è la prima creatura umana nella quale vediamo compiuta la promessa di Dio: l’umanità può arrivare alla pienezza della vita. Proprio per questo l’Assunta ci obbliga a guardare con più attenzione alla nostra comunità.
C’è qualcosa di profondamente suggestivo nel fatto che uno dei documenti più antichi della nostra comunità cittadina, il Breve di Villa di Chiesa, custodisca anche la memoria della festa dell’Assunta. Quel documento del 1327 non era un libro di preghiere. Era un codice che cercava di ordinare la vita della città: le istituzioni, i mercati, le attività economiche, la vita sociale, il lavoro nelle miniere. Che cosa ci dice questa memoria? Ci dice che, nella coscienza dei nostri padri, la fede non era una cosa da mettere accanto alla vita. La fede entrava nella vita. Entrava nelle strade, nel lavoro, nelle relazioni, nelle responsabilità pubbliche, nella festa. E forse questa è una domanda che oggi possiamo porci: La nostra fede ha ancora qualcosa da dire alla vita concreta della città? Non soltanto alle nostre chiese, alle nostre processioni… Ma al lavoro, alle famiglie, ai giovani, agli anziani, alla scuola, alla politica, all’economia, alla solidarietà, al futuro di questa terra.
Oggi c’è un altro segno che parla alla nostra città: i Candelieri. Non sono semplicemente una tradizione folcloristica. Sono memoria di una comunità. Il Breve di Villa di Chiesa conserva norme relative alla processione dell’Assunta e all’ordine dei candelieri. E ciò che colpisce è proprio questa immagine: la città che cammina insieme. Il Candeliere non cammina da solo. Ha bisogno di essere portato. Ha bisogno di braccia. Ha bisogno di persone che si coordinano. Ha bisogno di un ritmo comune. Ha bisogno di una comunità. E forse questa è una delle immagini più belle per parlare oggi di Iglesias. Una città non può camminare se ciascuno procede per conto proprio. Una comunità non può affrontare le difficoltà se prevalgono soltanto l’individualismo, la contrapposizione e la ricerca del proprio interesse. Il Candeliere ci dice: insieme possiamo portare un peso che da soli non riusciremmo a portare. È un’immagine profondamente cristiana. Perché anche la Chiesa è questo: una comunità di persone diverse che imparano a camminare insieme. Questo è stato il tema che in quest’anno la nostra diocesi ha cercato di approfondire. Otto Candelieri, una sola città. Oggi i Candelieri sono anche il volto delle diverse anime storiche della città: i quartieri e i gremi che, nella tradizione, hanno custodito identità e appartenenze differenti. Questa pluralità non deve essere divisione. Deve diventare ricchezza. Tanti sono i motivi di divisione. La festa dell’Assunta ci dice invece: siamo diversi, ma apparteniamo alla stessa città; siamo diversi, ma siamo figli dello stesso Padre
C’è poi un particolare che mi ha particolarmente incuriosito. Nel 1992, proprio in un’intercapedine di questa Cattedrale, venne ritrovata una parte antica di un Candeliere. Da quella scoperta nacque il percorso che portò alla ricostruzione dei Candelieri e alla loro nuova discesa per le vie della città il 15 agosto 1993. È una storia bellissima. Un oggetto dimenticato dentro le mura della Cattedrale. Una memoria che sembrava perduta. E poi una comunità che la riscopre, la raccoglie e la fa rinascere. Non è forse una parabola anche per Iglesias? Quante cose belle sono nascoste nella nostra città? Quante energie sembrano dimenticate?
Il Candeliere ritrovato ci ricorda che ciò che sembra perduto può essere nuovamente restituito alla vita. Questa è una parola di speranza per la nostra città.
Oggi è proprio la festa della speranza. Maria Assunta è davanti a noi come una promessa. La sua vita ci ricorda che Dio può fare grandi cose attraverso chi si fida di Lui. Per questo oggi affidiamo a Maria questa città. E chiediamo soprattutto una grazia: che Iglesias non perda la speranza. Perché una città può attraversare molte crisi. Può perdere industrie, abitanti… Ma quando perde la speranza, perde qualcosa di più importante di qualsiasi ricchezza materiale. Maria ci insegna invece a sperare. Non una speranza ingenua. Non una speranza che nega i problemi. Una speranza cristiana, che guarda in faccia la realtà. Il Magnificat viene pronunciato da una donna che conosce l’incertezza, la povertà, il rischio, la responsabilità. Eppure dice: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».
Questa è la fede. Non negare le difficoltà. Ma riconoscere che le difficoltà non hanno l’ultima parola.
Iglesias ha attraversato e attraversa momenti difficili. Ma in tutto questo non perdiamo la speranza: Dio è fedele e compie le sue promesse!
Maria Santissima Assunta, Madre della nostra Chiesa, Madre di questa città di Iglesias, tu che hai visto le generazioni passare, tu che oggi guardi dal cielo questa terra che ti è stata affidata, guarda a ciascuno di noi. Guarda questa città che cerca una strada nuova. Aiutala a non vivere soltanto del ricordo di ciò che è stata. Dalle il coraggio di diventare ciò che può essere. Quando i Candelieri torneranno a camminare per le nostre strade, insegnaci a camminare insieme. E insegnaci a ripetere con te, anche nei giorni difficili: «L’anima mia magnifica il Signore». Perché Dio non ha finito di fare grandi cose.