02/04/2026 – Messa in Coena Domini

Iglesias, Cattedrale di Santa Chiara, 2 aprile 2026

“Gli uni gli altri”: dal Cenacolo la comunità

In questo pomeriggio del Giovedì Santo entriamo nel cuore più intimo del mistero cristiano. Iniziamo il Triduo Pasquale; non siamo semplicemente spettatori di ciò che Gesù ha fatto “una volta”; molto di più: siamo riportati al fondamento della nostra fede. Due segni caratterizzano questa liturgia: l’Eucaristia e la lavanda dei piedi. Vorrei riflettere su ciascuno di essi, a partire dal tema che abbiamo scelto in questo anno pastorale, quello della vita della comunità cristiana. Cosa ci insegnano per il nostro essere comunità? Quale chiesa nasce dal giovedì santo?
Vorrei soffermarmi brevemente su due espressioni che accompagnano i gesti dell’Eucaristia e della lavanda dei piedi.
La prima espressione è ben nota, appartiene alla seconda lettura che ci ha raccontato la cena pasquale di Gesù con il testo più antico che abbiamo: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Vorrei sottolineare anzitutto che Gesù non si riferisce ai discepoli singolarmente ma usa il plurale. Nel Cenacolo non c’è un rapporto “io–Gesù” chiuso e privato. C’è un “noi”, una comunità. L’eucaristia è il dono che ci fa comunità, ci fa fratelli e sorelle. Lo storico Giuseppe Flavio (†100 ca.) ne La guerra giudaica (6,9,3) scrive: “Attorno ad ogni sacrificio si raccoglie un gruppo di fratelli (phratría) in numero non inferiore a dieci, perché non è lecito sedere da soli alla mensa rituale”. Sin dall’inizio i cristiani hanno coscienza che l’Eucaristia non può essere possesso personale, ma è il cibo della comunità e della fraternità. Non possiamo celebrare l’Eucaristia se non siamo una sola cosa in Cristo. Commenta S. Giovanni Crisostomo (Omelie sulla Lettera ai Corinzi, 24, 2): “Cos’è infatti il pane? È il corpo di Cristo. Cosa diventano quelli che lo ricevono? Corpo di Cristo; ma non molti corpi, bensì un solo corpo”. Del resto Gesù si dona nel pane e nel vino perché anche noi impariamo a donarci. Non possiamo accostarci all’altare e poi rifiutare il fratello. Non possiamo ricevere il Corpo di Cristo senza ric5onoscerlo nel volto di chi ci sta accanto.
Arriviamo così alla seconda espressione, che vorrei trarre dalla pagina del Vangelo. Gesù, dopo aver lavato ai piedi ai discepoli, dice: “Anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Alcuni studiosi ritengono che sia una diversa formulazione, tipicamente giovannea, del “fate questo in memoria di me”. Mi colpisce soprattutto soprattutto l’ultima espressione: “gli uni gli altri”, che in greco è una sola parola. Il gesto della lavanda dei piedi è sconvolgente non solo perché Dio si mette ai miei piedi, ma perché ma perché cambia radicalmente il modo di intendere le relazioni tra di noi: “gli uni gli altri”.
La vita fraterna nasce qui: da un Dio che si abbassa. Non più gerarchie di potere, ma legami di servizio. Non più distanza, ma vicinanza concreta. “Gli uni gli altri:” da cosa si riconosce il discepolo? Dalla cura, dall’attenzione reciproca. L’altro non mi è estraneo.
Spesso pensiamo alla comunità cristiana come a un gruppo di persone che condividono idee, valori, magari momenti di preghiera… Ma Gesù ci dice che non basta. La comunità nasce quando ciascuno accetta di “lavare i piedi” all’altro: cioè di prendersi cura, di perdonare, di portare i pesi reciproci, di chinarsi sulle fragilità senza giudicare.
Non è facile. Anche Pietro resiste: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!”. È la nostra stessa resistenza. Non vogliamo essere vulnerabili, non vogliamo dipendere dagli altri, e spesso non vogliamo nemmeno sporcarci le mani per gli altri. Preferiamo restare soli, avere una relazione diretta con Dio senza passare dagli altri, o quantomeno avere relazioni più superficiali, meno impegnative.
Ma Gesù è chiaro: “Se non ti laverò, non avrai parte con me”. Senza questo stile, senza questa concretezza dell’amore, non c’è vera comunione.
La vita fraterna, allora, non è un’aggiunta opzionale: è il segno più credibile della nostra fede. È lì che il mondo può vedere qualcosa di diverso. Non comunità perfette, ma comunità vere, dove ci si ama nonostante tutto.
Se vivremo così, la nostra comunità non sarà solo un gruppo, uno dei tanti, ma diventerà davvero il segno vivo della presenza di Cristo.